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Home YouPress

L’anno dopo il silenzio

Fabio Fanelli by Fabio Fanelli
28 Giugno 2026
in YouPress
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L’anno dopo il silenzio
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Tra due giorni sarà trascorso un anno.

Un anno da quando un ragazzo di quindici anni, tornando a casa sul suo scooter, non è mai arrivato a destinazione.

Quel ragazzo si chiamava Simone Besco.

Noi giornalisti facciamo un mestiere strano.

Siamo i primi ad arrivare quando accade una tragedia. Raccontiamo i fatti, raccogliamo le testimonianze, pubblichiamo le fotografie, seguiamo i funerali, riportiamo gli sviluppi delle indagini.

Poi arriva un’altra notizia. E un’altra ancora. La cronaca non si ferma mai. La vita di chi resta, invece, sì. Mi sono chiesto tante volte cosa significhi davvero scrivere di una tragedia. Se basti raccontare ciò che è successo. Se basti dare un nome, un’età, una dinamica. La risposta, dopo tanti anni di questo lavoro, è no. Perché la parte più difficile di una tragedia non è quella che raccontiamo. È quella che non vediamo più. È quella che comincia quando le telecamere se ne vanno. Quando i taccuini si chiudono. Quando le homepage cambiano. Quando i social smettono di condividere. È lì che inizia la sofferenza vera. Quella che non fa rumore. Quella che non finisce mai.

Immagino la casa dei Besco. Non la immagino nel giorno del funerale. La immagino oggi. Una mattina qualsiasi. Una colazione preparata in silenzio. Una porta che non si apre. Una stanza rimasta identica. Oggetti che nessuno ha il coraggio di spostare. Perché certe stanze non custodiscono mobili. Custodiscono una presenza. E allora capisci che il tempo, quello di cui tutti parlano, non guarisce proprio niente. Il tempo insegna soltanto a convivere con un’assenza. È diverso. Molto diverso. Si continua a vivere perché bisogna farlo. Si sorride, qualche volta. Si lavora. Si incontra la gente. Ma dentro resta un punto in cui l’orologio ha smesso di camminare. Per i genitori di Simone quel punto è rimasto fermo su un tratto della Litoranea. Da lì il calendario è andato avanti. La loro vita no. Noi, invece, siamo andati avanti. Abbiamo raccontato altre storie. Altri incidenti. Altri drammi. È il nostro lavoro.

Ma forse ogni tanto dovremmo fermarci. Non per riaprire una ferita. Per ricordarci che dietro ogni articolo c’è una famiglia che continuerà a vivere quella notizia per sempre. Ogni volta che un ragazzo perde la vita, non perdiamo soltanto una persona. Perdiamo un futuro. Perdiamo gli errori che avrebbe commesso. I sogni che avrebbe inseguito. Le sconfitte che lo avrebbero fatto crescere. L’amore che avrebbe incontrato. I figli che forse avrebbe avuto. Perdiamo una storia che nessuno potrà più raccontare. Ed è questo che rende insopportabile la morte di un ragazzo. Non soltanto ciò che è stato. Ma tutto quello che non sarà.

Tra due giorni non serve ricordare come Simone è morto. Serve ricordare come continua a vivere. Nel cuore dei suoi genitori. Negli occhi dei suoi amici. Nel silenzio della sua casa. E nella coscienza di una comunità che, se vuole davvero onorare la sua memoria, deve imparare a non considerare mai una tragedia come una notizia destinata a scadere.

Perché i giornali archiviano gli articoli. L’amore di una madre e di un padre non archivierà mai un figlio. Mai.

COS
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Tags: incidenti stradali a Latinaprospettive latinaSimone Besco Sabaudia
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