La distruzione di circa 300 chili di prodotti da forno, pari a oltre 5.000 tra cornetti e crostatine di visciole sequestrati in un laboratorio di Sezze, ha acceso un acceso dibattito sui social network. Una vicenda che, pur muovendosi nel solco della normativa vigente, ha toccato un nervo scoperto: quello del rapporto tra controlli sanitari, tradizione locale e percezione di disparità di trattamento rispetto alla grande distribuzione.
Il sequestro risale al 2 gennaio scorso, quando i Carabinieri del NAS di Latina hanno effettuato un controllo in un laboratorio del paese, rinvenendo i prodotti privi dei requisiti di tracciabilità. Mancava, in sostanza, la documentazione necessaria a ricostruire l’origine e la provenienza degli ingredienti lungo la filiera alimentare. Nessun problema sanitario riscontrato, nessun alimento dichiarato nocivo: solo – ma non per questo irrilevante – l’assenza di tracciabilità.
Dopo il rigetto della richiesta di dissequestro avanzata dalla proprietà, il SUAP del Comune di Sezze ha disposto la distruzione dei prodotti, che avverrà tramite una ditta specializzata, con costi a carico del titolare e sotto la vigilanza del NAS.
Una decisione che ha scatenato reazioni indignate sui social. Molti utenti parlano di un accanimento burocratico nei confronti di un prodotto simbolo del territorio. «Rompono il c…. chiedendo la tracciabilità delle crostatine di Sezze, prodotto locale fatto come da tradizione – scrive un commentatore – poi al supermercato si compra di tutto, cibo finto, container che arrivano da chissà dove. VIVA le pastarelle di visciola sezzesi».
Un sentimento condiviso da altri, che sottolineano come il sequestro sia avvenuto esclusivamente per motivi formali. «Quindi nulla di tossico per la salute – osserva un utente – ma se la grande distribuzione importa prodotti dall’estero e ci mette sopra un’etichetta “Made in Italy”, va tutto bene.».
C’è poi chi allarga il discorso al tema della tipicità e della globalizzazione alimentare. «Quante tonnellate di confettura di visciole servono davvero per soddisfare una richiesta sempre più ampia? – si chiede un altro commento – Ed è lì che entrano in gioco marmellate turche, spagnole, mandorle tunisine. Io, quando posso, vado a Sezze e le compro lì, perché sono buonissime».
Non manca nemmeno chi rivendica con orgoglio la dimensione domestica e familiare della tradizione: «La marmellata di visciole si fa in casa. Io uso ancora quella fatta da mia madre nel 2000 per le paste al forno di casa. Punire tutto questo fa male».
Tra legalità e sentimento popolare, la vicenda delle crostatine di visciole di Sezze diventa così il simbolo di una frattura più ampia: da un lato la necessità di garantire regole, sicurezza e trasparenza; dall’altro la difesa di produzioni artigianali che, per molti, rappresentano identità, memoria e cultura locale. Una frattura che, almeno sui social, sembra tutt’altro che ricomposta.








