Gli attentati sono strettamente collegati e rappresentano una sola escalation criminale: è questa la conclusione alla base dei quattro arresti eseguiti ieri a Latina, disposti dal giudice per le indagini preliminari. Secondo l’ordinanza, gli attentati incendiari ed esplosivi avvenuti tra l’8 e il 18 settembre rientrano in una strategia violenta finalizzata al mantenimento e alla conquista del controllo delle piazze di spaccio in un preciso quadrante urbano.
Il giudice parla esplicitamente di “escalation criminale”, sottolineando come le azioni non siano episodi isolati ma parte di un disegno unitario, portato avanti da un gruppo strutturato, con ruoli definiti, manovalanza, vedette e pusher, capace di agire anche attraverso ordini impartiti dal carcere. Un’organizzazione che, secondo gli atti, poteva contare su sodali pronti a eseguire qualsiasi direttiva, anche la collocazione di ordigni ad alto potenziale.
Da quanto si apprende le intercettazioni hanno avuto un peso decisivo. In una conversazione captata in carcere, uno degli arrestati avrebbe raccontato senza esitazioni l’attentato:
«Siamo andati a mettere la bomba sotto al palazzo… era tanta roba, è scoppiato tutto».
In un altro passaggio emerge il movente ritorsivo:
«Faceva tanto il boss… dopo le bombe si sono fatti tutti da parte».
Dalle indagini risulta che gli attentati esplosivi fossero pianificati e destinati a ripetersi. In una conversazione intercettata, uno degli indagati parlerebbe apertamente dell’acquisto di numerosi ordigni:
«Ne ho prese parecchie, arrivano da fuori regione… costano poco, ma sono micidiali».
E ancora:
«Non le puoi lanciare, le devi appoggiare e andare via subito, se no ti scoppiano in mano».
La sequenza degli eventi ricostruita dagli investigatori parte da un primo episodio intimidatorio, considerato un affronto diretto alla leadership del gruppo, seguito il giorno dopo dalla collocazione di una bomba contro un esponente della criminalità rivale. La notte successiva, un secondo ordigno viene fatto esplodere all’interno di un condominio, preceduto dall’incendio di alcune auto, creando una situazione di estremo pericolo per i residenti e per eventuali soccorritori.
Un indagato, parlando dal carcere, si vanterebbe così delle azioni compiute:
«Poi sono cominciate le bombe… ne ho fatte tre di fila, si sentivano ovunque, ha tremato tutto».
In un’altra intercettazione mostra attenzione anche all’impatto mediatico:
«Hanno parlato di tutto… bombe, incendi… se ne sono accorti».
Secondo la Procura, gli ordigni utilizzati erano potenzialmente letali, capaci di causare gravi ferimenti o la morte anche di persone estranee, come dimostrato dal coinvolgimento di cittadini senza alcun legame con ambienti criminali, i cui veicoli sono stati distrutti dal fuoco. I consulenti parlano di esplosivi in grado di colpire nel raggio di diversi metri, con un effetto amplificato dalla proiezione di schegge e detriti.
Le intercettazioni rivelerebbero anche la consapevolezza del rischio:
«Queste cose sono micidiali, devi essere capace… una volta che l’accendi non sai mai come va a finire».
Eppure, nonostante ciò, il gruppo avrebbe continuato a progettare nuove azioni, in una spirale di violenza che, secondo il giudice, avrebbe potuto portare a conseguenze ancora più gravi.
Per questo motivo, l’autorità giudiziaria ha escluso misure meno afflittive, ritenendo che gli indagati operassero all’interno della loro “zona di comfort”, gestendo il territorio con metodi mafiosi e totale disprezzo delle regole. Il filo conduttore degli attentati, conclude l’ordinanza, è uno solo: la guerra per il controllo della droga, combattuta con bombe, incendi e intimidazioni armate, in mezzo alla città.







