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Home ATTUALITA'

BRICS e crisi energetica: come il blocco emergente sta cambiando le regole del gioco globale

Redazione by Redazione
16 Aprile 2026
in ATTUALITA'
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BRICS e crisi energetica: come il blocco emergente sta cambiando le regole del gioco globale
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C’è un filo sottile ma robusto che collega la crisi di Hormuz del 2026 con la traiettoria di lungo periodo dei BRICS. Non è immediatamente evidente, ma basta scavare un poco per trovarlo: la crisi energetica globale di questa primavera ha reso ancora più urgente il dibattito sulla dipendenza dell’Occidente dal petrolio mediorientale, e ha rafforzato la posizione di chi all’interno del blocco emergente da anni sostiene la necessità di costruire un ordine economico alternativo a quello dominato dal dollaro.

Ma facciamo un passo indietro. Cosa sono esattamente i BRICS, dove sono arrivati, e perché continuano a essere uno degli argomenti più dibattuti nella geopolitica economica globale?

Dalle origini all’espansione

L’acronimo BRICS nasce nel 2001 dalla penna di Jim O’Neill, economista di Goldman Sachs, che lo coniò per indicare le quattro grandi economie emergenti destinate a ridisegnare i rapporti di forza globali: Brasile, Russia, India e Cina. Nel 2010 si aggiunse il Sudafrica, e il gruppo iniziò a strutturarsi come forum politico con vertici annuali e istituzioni proprie.

Ma la vera accelerazione è arrivata negli ultimi anni. Nel 2024 sono entrati come membri effettivi Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti. Nel 2025 si è aggiunta l’Indonesia quinta economia mondiale per parità di potere d’acquisto. Oggi il blocco BRICS+ rappresenta oltre il 45% della popolazione mondiale e il 37% del PIL globale. Un peso economico e demografico che supera quello del G7, anche se con dinamiche interne molto più eterogenee.

Il progetto di de-dollarizzazione

Il tema più controverso e significativo che i BRICS portano avanti è quello della riduzione della dipendenza dal dollaro negli scambi internazionali. L’idea non è nuova se ne discute da almeno un decennio ma ha trovato un’accelerazione concreta dopo le sanzioni imposte alla Russia nel 2022, che hanno dimostrato quanto il controllo del sistema finanziario basato sul dollaro possa essere usato come arma geopolitica.

Il progetto BRICS Pay, parzialmente operativo, punta a creare un sistema di pagamento alternativo che colleghi le infrastrutture finanziarie dei paesi membri. L’ambizioso BRICS Bridge mira invece a costruire un sistema basato su valute digitali delle banche centrali, capace di facilitare pagamenti transfrontalieri senza passare per il dollaro o per il sistema SWIFT controllato dall’Occidente.

Nessuno di questi progetti è ancora maturo o pienamente operativo. Ma la direzione di marcia è chiara, e la crisi di Hormuz del 2026 con l’Iran, membro BRICS, al centro della scena geopolitica ha dato a questi progetti una nuova urgenza strategica.

L’Italia e il dilemma dei BRICS

Per l’Italia, i BRICS rappresentano uno dei dossier geopolitici più complessi del momento. Il dibattito rilanciato con forza nelle ultime settimane anche da ambienti accademici e istituzionali verte su una domanda precisa: l’Italia deve restare pienamente allineata al blocco occidentale o può costruire una posizione più autonoma, capace di dialogare anche con i poli emergenti del nuovo ordine multipolare?

La questione è tutt’altro che teorica. L’Italia intrattiene rapporti commerciali rilevanti con diversi paesi BRICS: la Cina è il secondo partner commerciale extra-UE, il Brasile è un mercato importante per le esportazioni di macchine utensili e beni strumentali, l’India è in forte crescita e l’accordo di libero scambio UE-India in fase di negoziazione potrebbe aprire opportunità significative.

Allo stesso tempo, l’Italia è membro della NATO, della UE e del G7 blocco con cui condivide i valori democratici e i sistemi di alleanza che hanno garantito la sicurezza e la prosperità del Paese nel dopoguerra. Avvicinarsi troppo ai BRICS significherebbe entrare in contraddizione con queste appartenenze fondamentali.

Il futuro probabilmente non starà in una scelta netta tra i due blocchi, ma in una diplomazia economica più sofisticata, capace di coltivare relazioni commerciali con i paesi emergenti senza stravolgere le alleanze strategiche consolidate. Una sfida che la crisi del 2026 con le sue implicazioni energetiche, finanziarie e geopolitiche ha reso ancora più urgente e concreta.

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