Non è un regolamento di conti. Non è un messaggio destinato a lui. Eppure, Mirko, idraulico e tuttofare di quartiere, è finito nel mirino di una violenza che non lo riguardava. Una notte come tante si è trasformata in un incubo, quando un ordigno ha devastato l’ingresso di un palazzo in viale Nervi a Latina e le fiamme hanno consumato due auto parcheggiate nei pressi. Tra queste, il suo furgone: un vecchio Fiat Doblò, carico di attrezzi, sudore e anni di lavoro.
L’esplosione e l’incendio non hanno fatto vittime, ma hanno lasciato ferite profonde. La più grande, forse, è quella dell’indifferenza. Perché al danno si è aggiunta la beffa. «Il giorno dopo sono andato in Comune – racconta Mirko – Non cercavo soldi, solo un segno di vicinanza, un gesto umano. Ma ho trovato porte chiuse e sguardi diffidenti».
Mirko, con dignità ferita ma voce lucida, racconta una realtà in cui le vittime collaterali della criminalità organizzata restano sole. O, peggio, sospettate. Perché vivere in una certa zona, o parcheggiare nel posto sbagliato al momento sbagliato, basta per finire nel mirino della maldicenza.
L’attentato di giovedì notte, che ha preso di mira l’ingresso del civico 298, scala “O”, ha tutta l’aria di un’azione intimidatoria nell’ambito di una guerra sotterranea tra bande. Ma ha colpito a caso, spargendo terrore tra famiglie estranee a quel mondo. Il rumore dell’esplosione ha svegliato l’intero quartiere. Il silenzio successivo, però, è stato ancora più assordante.
«Non chiedevo molto – dice Mirko – solo una parola, una stretta di mano. Non mi interessa fare polemica, ma è dura dover smaltire da solo i resti del mio furgone, come se fosse colpa mia. Quel mezzo era la mia vita. Ora mi tocca ricominciare da zero, senza nemmeno sapere da dove».
Il caso di Mirko non è isolato. È il simbolo di un tessuto sociale che si sfalda, dove chi resta ai margini è destinato a pagare anche per colpe non sue. E dove le istituzioni, troppo spesso, arrivano tardi o non arrivano affatto.
Intanto, in viale Nervi, restano i segni delle fiamme, i vetri rotti, l’intonaco sbriciolato. E un furgone carbonizzato che aspetta di essere rimosso, come un monumento involontario a un fallimento collettivo: quello di una società che non sa proteggere i suoi cittadini più onesti.







