Una vicenda kafkiana che lascia l’amaro in bocca quella raccontata da una cittadina di 39 anni, residente a Latina, che ha deciso di denunciare pubblicamente – pur mantenendo l’anonimato – quanto le è accaduto nelle ultime settimane.
“Qualche tempo fa mi è stata sospesa la patente – racconta – perché una pattuglia ha sostenuto che stessi guidando con il telefono in mano. In realtà, il telefono era appoggiato sul sedile, collegato via cavo, e il navigatore era attivo sullo schermo dell’auto. Ho cercato di spiegare, ma non è servito”.
Alla fine del periodo di sospensione, era previsto che la patente le venisse riconsegnata. Ma qui inizia il calvario. “Da settimane – prosegue – vengo rimbalzata da un ufficio all’altro. Mi hanno persino mandato in Prefettura. Nessuno sa dove si trovi la mia patente. Ogni giorno lo passo a cercare risposte che non arrivano”.
Una situazione che ha avuto ripercussioni pesantissime sulla sua vita quotidiana e professionale: “Vivo da sola e la mia famiglia è lontana. Nessuno può aiutarmi. Per questo, ho perso anche il lavoro: raggiungere il posto con i mezzi è praticamente impossibile. L’ho spiegato al mio titolare, ma non ne ha voluto sapere”.
Il senso di abbandono da parte delle istituzioni è totale. “Ma in che mondo viviamo? Mi sento dire ‘forse’ o ‘non dipende da noi’. Ma sono proprio le autorità a dover tutelare i cittadini, non a farli sprofondare nell’abbandono”.
La situazione assume contorni ancora più drammatici quando la donna parla della sua famiglia: “Ho mia nonna che sta morendo. Per arrivare da lei, senza macchina, devo prendere quattro pullman e farmi sette chilometri a piedi. Ma davvero un cittadino deve subire tutto questo nell’indifferenza generale?”
Una denuncia che, al di là del singolo caso, solleva interrogativi più ampi sull’efficienza burocratica, il rispetto dei diritti fondamentali e il senso di umanità che spesso sembra mancare nei meccanismi istituzionali.







