C’è un’arte che si insegna nelle aule, fatta di manuali, di tecniche codificate, di maestri che correggono la mano dell’allievo. E c’è un’altra arte, più rara, che nasce come nasce un fiume: da una sorgente piccola e nascosta, senza che nessuno l’abbia progettata, e che poi si fa strada da sola, scavando la roccia con la sola pazienza dell’acqua che scorre. È questa la storia di Gianmarco Berdowski, dodici anni, latinense, che con un pastello in mano ha trasformato la propria stanza in un atelier e la propria infanzia in un lungo apprendistato silenzioso.
Aveva otto anni quando ha preso in mano i primi colori a pastello. Nessuna scuola d’arte alle spalle, nessun manuale da seguire: solo l’istinto di chi sente che dentro c’è qualcosa da far uscire, come una sorgente che prima o poi trova la sua fessura nella roccia. Ritratti, paesaggi, colori mescolati per gioco negli acquarelli fino a inventarne di nuovi: ogni foglio è stato, per lui, un piccolo laboratorio alchemico, dove sperimentare senza paura di sbagliare, perché quando si crea per il solo piacere di farlo, l’errore semplicemente non esiste.

Pastelli secchi, matite, acquarelli, pennarelli: sono bastati questi strumenti, gli stessi di un qualunque astuccio scolastico, per costruire un linguaggio personale. Perché il talento non ha bisogno di attrezzi rari: ha bisogno solo di uno sguardo che non si arrende alla banalità del già visto, e Gianmarco quello sguardo lo ha coltivato disegno dopo disegno, come un giardiniere che non forza la crescita di una pianta, ma le lascia il tempo di trovare la propria forma.
Ed è così che il seme è diventato germoglio, e il germoglio è arrivato a fiorire due volte, in due stagioni diverse.
La prima fioritura porta il profumo della pace. Al concorso internazionale “Un Poster per la Pace”, promosso dal Lions Club Latina Host insieme alla scuola secondaria “Alessandro Volta”, Gianmarco si è arrampicato fino al secondo gradino di un podio ideale che contava ottocento alunni in gara. Un disegno, il suo, capace di parlare un linguaggio universale, quello della pace, meglio di mille discorsi, perché certe immagini sanno attraversare i confini con la leggerezza di una colomba, senza bisogno di passaporto.
La seconda fioritura ha il respiro più lungo di un libro. A dicembre 2025, dopo un percorso curatoriale che ha setacciato il panorama artistico contemporaneo italiano con la pazienza di chi cerca pepite in un fiume, l’opera di Gianmarco è stata scelta per entrare tra le pagine di “100 Artisti d’Italia”, uscito nelle librerie proprio in questi giorni di luglio 2026. Un volume che raccoglie pittura, fotografia, sguardi adulti su un’Italia che crea: e in mezzo a quegli sguardi, come una scintilla più piccola ma non meno luminosa, quello di un ragazzino che sui banchi di un’accademia non ha mai messo piede.

Perché qui sta il cuore della storia, il punto in cui la metafora lascia spazio alla realtà più semplice e disarmante: Gianmarco non ha frequentato corsi, non ha avuto insegnanti d’arte, non ha seguito nessuna strada già tracciata. Ha semplicemente disegnato. Come si respira, come si cresce: senza bisogno di spiegazioni.
Non è passato inosservato, questo cammino silenzioso fatto di matite temperate e fogli riempiti nel tempo libero. Il Comune di Latina, per voce dell’Assessore allo Sport e alle Politiche Giovanili Andrea Chiarato, ha voluto stringere la mano a questo piccolo grande artista, riconoscendo che il talento, quando è vero, non ha bisogno di età per farsi notare, né di targhe per esistere, ma le targhe, quando arrivano, sono il modo con cui una città dice grazie a chi la rappresenta con più colore di quanto sappia lei stessa di avere.
La storia di Gianmarco Berdowski non è solo la storia di un premio o di un libro. È il promemoria che ogni città, ogni scuola, ogni famiglia dovrebbe tenersi in tasca: che il talento più autentico cresce spesso lontano dai riflettori, in silenzio, tra un pastello e un foglio bianco, aspettando solo che qualcuno si accorga di quanto lontano quella piccola mano sia già arrivata.
E allora, mentre Latina si guarda intorno cercando le proprie eccellenze, forse la risposta era già lì, seduta a un tavolo di casa, con le dita macchiate di colore: la prova che il futuro, a volte, non si annuncia con un rullo di tamburi, ma con la delicatezza di un acquarello steso piano, un pennello alla volta.








