Questa mattina, nella 2ª Sezione della Corte di Appello di Roma, il tempo sembrava scorrere in silenzio, come se ogni minuto attendesse il proprio verdetto. Sul banco degli imputati non c’era soltanto un uomo, ma un’intera storia: quella del Dott. Natan Altomare, trascinato per quasi dieci anni dentro un tunnel dove la luce appariva sempre troppo lontana.
Le accuse, risalenti al 2015, erano pesanti come macigni: estorsione di stipendi e benefit aziendali per cinque lunghi anni. Un racconto che lo dipingeva come un manager capace di manipolare e pretendere, e che invece, passo dopo passo, si è rivelato un mosaico costruito male, un quadro che non reggeva alla prova della realtà.
Altomare, guidato dalla voce ferma dell’avvocato Pasquale Cardillo Cupo, aveva già visto sgretolarsi la prima colata di sospetti: il Gip di Latina, nel 2022, lo aveva assolto “per non aver commesso il fatto”, riconsegnandogli una parte della sua dignità. Ma la strada non era finita. La Procura Generale e la parte civile vollero riaprire quella ferita, impugnando la sentenza come chi prova a rimescolare le carte sapendo che il mazzo non gli appartiene più.
In aula, stamattina, le parole si sono susseguite come colpi di vento. La Procura ha chiesto la condanna o almeno di riavvolgere il nastro e risentire i testimoni. La parte civile ha reclamato un risarcimento da 60 mila euro. Cardillo Cupo, invece, ha riportato tutto alla radice: “Questa denuncia è stata un espediente, un travestimento, un teatrino pensato per non pagare stipendi arretrati”. Una messa in scena, ha spiegato, che aveva provato a trasformare un creditore in colpevole.
Poi la Corte si è ritirata.
Un’ora e mezza di camera di consiglio: novanta minuti che per Altomare sono sembrati anni. Come attendere che il cielo decida se scoppierà il temporale o se, finalmente, filtrerà il sole.
Quando i giudici sono rientrati, è bastata una frase per spezzare quell’attesa sospesa: assoluzione confermata, ancora una volta, “per non aver commesso il fatto”.
Una porta che si richiude, ma soprattutto una porta che si riapre.
Perché Altomare avrebbe potuto affidarsi alla prescrizione, che lo avrebbe liberato tra un mese. In tanti lo fanno: lasciar passare il tempo, lasciare che la polvere copra le accuse e le dissolva. Ma lui no. “Lo dovevo a me stesso e alla mia famiglia”, ha detto. Ha scelto di restare, di guardare in faccia la tempesta, di uscirne non protetto dal calendario, ma dalla verità.
Ed è così che, dopo anni di ombre, il manager pontino può finalmente rivedere il proprio nome tornare limpido. La sentenza di oggi non è solo un atto giudiziario: è una resa dei conti con il destino, una pietra che torna al suo posto dopo essere stata scagliata senza misura.
In quell’aula, questa mattina, la giustizia non ha soltanto parlato.
Ha rimesso in ordine ciò che era stato spezzato.
E ha restituito a un uomo la possibilità di tornare ad essere se stesso, senza più il peso di un’accusa che non gli apparteneva.






