La nuova campagna pubblicitaria che mostra un bambino di circa due anni con uno smartphone tra le mani ha fatto discutere. E non è difficile capire perché.
Il senso creativo della campagna è abbastanza chiaro: l’iPhone resiste anche alle mani sporche e maldestre di un bambino. Ma la pubblicità non comunica mai soltanto ciò che chi l’ha ideata voleva dire. Comunica anche attraverso le immagini, i simboli e il contesto sociale nel quale viene diffusa.
E oggi quel contesto è molto particolare.
Mentre istituzioni, famiglie ed esperti discutono su come ritardare l’accesso dei minori agli smartphone e ai social, Apple sceglie l’immagine di un bambino piccolissimo con un iPhone in mano accompagnandola con uno dei claim più rassicuranti possibili: “Tutto ok”. La stessa Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha criticato la campagna, sostenendo che rischi di normalizzare il cosiddetto “baby-sitting elettronico”. (Garante Infanzia)
Ed è proprio questa, secondo me, la parte più problematica.
Non significa sostenere che uno smartphone sia il male assoluto, né ignorare il fatto che la tecnologia faccia ormai parte della nostra vita. Significa però riconoscere che rappresentare come normale un telefono nelle mani di un bambino di due anni è una scelta comunicativa precisa.
Soprattutto perché il tema della dipendenza digitale, dell’educazione all’utilizzo degli schermi e dell’età del primo accesso ai dispositivi è tutt’altro che marginale. Anche il Codacons ha presentato un esposto chiedendo di verificare la correttezza della campagna proprio rispetto alla tutela dei minori. (Codacons)
Poi c’è un altro punto, quello che trovo più interessante dal punto di vista del marketing.
E se tutta questa polemica fosse stata almeno in parte prevista?
Una campagna così semplice, realizzata da uno dei brand più esperti al mondo nella costruzione della propria comunicazione, difficilmente può ignorare l’ambiguità dell’immagine.
Forse il vero risultato non era soltanto farci pensare che l’iPhone sia resistente.
Forse era farci parlare dell’iPhone.
E da questo punto di vista sta funzionando perfettamente: giornali, social, istituzioni, associazioni, professionisti e utenti stanno discutendo della stessa fotografia.
Resta però una domanda che per chi lavora nella comunicazione credo sia fondamentale:
fare clamore significa necessariamente fare buona comunicazione?
Perché attirare attenzione è relativamente semplice.
Decidere quale messaggio lasciare dopo averla ottenuta è tutta un’altra cosa.






